Teatro degli Orrori @ Estragon (Bologna)

Posted by Maffo on Sunday Dec 20, 2009 Under Live Reports Bookmark and Share

Non ti ricordi di Ken Saro-Wiwa, il poeta nigeriano, un eroe dei nostri tempi?

Probabilmente no. Perché la Storia è fatta solo di ciò che è comodo ricordare, è un prodotto fatto di uomini, dagli uomini, per gli uomini.
Ma se può sembrar facile ed inevitabile disporre del passato più remoto a proprio piacimento, mutilare il corso di eventi ancora a memoria d’uomo è un atto criminale, morboso e vigliacco.

Abbiamo perso la memoria del XX secolo, abbiamo perso la memoria, comunque sia, abbiamo perso.

Undici dicembre duemilanove. A Bologna è una serata fredda ma non troppo, perché si sa che non c’è mai limite al freddo. Dopo una giornata vissuta interamente di corsa e al minuto, arriviamo all’Estragon a cancelli già aperti. Non c’è molta gente, perlomeno non quella che mi sarei aspettato di trovare, la coda davanti alle casse è si folta, ma scorrevole.
Appena entrati, giusto il tempo di dare un’occhiata all’ambiente e fare rifornimento ai banchetti del merchandising secondo il classico rito di ricerca del feticcio ideale, quando iniziano a suonare gli Aucan. Il trio bresciano propone un post-rock ipnotizzante, con una quantità di sfumature che spaziano dall’elettronica all’industrial. Fanno il loro sporco lavoro e ricevono la piena approvazione del pubblico, mica poco di questi tempi.

Il cambio degli strumenti ed il soundcheck sono relativamente brevi, senza intoppi degni di nota. Finalmente salgono sul palco Capovilla e soci in tutto il loro splendore oscuro, un po’ alticcio. Sulle note di Direzioni Diverse inizio a macinare decine e decine di millimetri di pellicola.

Teatro degli Orrori

Ecco, confesso che nemmeno questa volta riesco a ricordare la scaletta esatta del concerto. In questi casi non riesco a rimanere lucido abbastanza per fissare l’ordine preciso degli eventi. La fotografia è uno strumento fantastico, ma non può aiutarmi minimamente in questo, anzi. Ho il mio bel da fare nel tentativo di catturare tutta l’intensità emotiva del singolo istante e spesso ho la sensazione di non farcela.

Sono perfettamente sicuro di averle cantate tutte, tra l’altro.
Poco importa l’ordine. I pezzi dei due album ci sono quasi tutti e dal vivo assumono una dimensione particolare. I toni sono quelli ai quali il Teatro degli Orrori ci ha già abituato su disco e l’unicità di ciascuna esecuzione è davvero ciò che eleva l’esibizione a livelli di drammaticità più unici che rari.

Teatro Degli Orrori

Nessun altro nome sarebbe stato più azzeccato per questa rock band.
Vivendo in un’era in cui i nomi delle cose sembrino importare ben più delle cose stesse, potrà sembrare un discorso banale, scontato, ma io non sono dello stesso avviso: nulla è mai troppo banale o scontato. Il risultato comunque è inequivocabile: L’intensità è decisamente superiore a quella di uno spettacolo teatrale e di un concerto rock messi assieme.

L’interazione con il pubblico è continua e mai fine a se stessa. Su Majakovskij Capovilla e Favero ingaggiano una piccola sfida con una parte del pubblico per ottenere anche solo un minuscolo brandello del silenzio del tuono. Per questa volta se la cavano tutti, ma non va meglio nel momento dell’introduzione di A Sangue Freddo, il singolo trainante dell’ultimo album. Il carismatico frontman vorrebbe spendere due parole sul protagonista del pezzo, Ken Saro-Wiwa, il poeta nigeriano, un eroe dei nostri tempi, ma viene esortato a dare un taglio alle chiacchiere e ad arrivare al sodo. Risultato: il solito ignoto si porta a casa un “chiacchiera umana” ed altri epiteti poco simpatici ma estremamente realistici.

È la vita, continuiamo così, facciamoci del male..

Teatro degli Orrori

Quello dell’encore è ormai un costume difficilmente rinunciabile, e così sia!
Altre tre canzoni per noi che non ne abbiamo mai abbastanza, neanche quando il corpo inizia a lanciare chiari segni di stanchezza. Tutte le cose vere hanno però un finale, lo sappiamo bene.
I toni si abbassano gradualmente, quasi a volerci cullare e ci lasciano così: dileguandosi via via verso la fine e l’inizio di tutto.

_____________________________

Qui il photoset completo.

Thanks to:
- Lunatik
- Teatro degli Orrori
- Estragon
_____________________________

“Ecco l’angoscia umana in cui lo spettatore dovrà trovarsi uscendo dal nostro teatro. Egli sarà scosso e sconvolto dal dinamismo interno dello spettacolo che si svolgerà sotto i suoi occhi. E tale dinamismo sarà in diretta relazione con le angosce e le preoccupazioni di tutta la sua vita. Tale è la fatalità che noi evochiamo, e lo spettacolo sarà questa stessa fatalità. L’illusione che cerchiamo di suscitare non si fonderà sulla maggiore o minore verosimiglianza dell’azione, ma sulla forza comunicativa e la realtà di questa azione. Ogni spettacolo diventerà in questo modo una sorta di avvenimento. Bisogna che lo spettatore abbia la sensazione che davanti a lui si rappresenta una scena della sua stessa esistenza, una scena veramente capitale. Chiediamo insomma al nostro pubblico un’adesione intima e profonda. La discrezione non fa per noi. Ad ogni allestimento di spettacolo è per noi in gioco una partita grave. Se non saremo decisi a portare fino alle ultime conseguenze i nostri principi, penseremo che non varrà la pena di giocare la partita. Lo spettatore che viene da noi saprà di venire a sottoporsi ad una vera e propria operazione, dove non solo è in gioco il suo spirito, ma i suoi sensi e la sua carne. Se non fossimo persuasi di colpirlo il più gravemente possibile, ci riterremmo impari al nostro compito più assoluto. EGLI DEVE ESSERE BEN CONVINTO CHE SIAMO CAPACI DI FARLO GRIDARE”.

Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio, Einaudi PBE, 1978

Leave a Reply