Dredg @ Zoe Club (Milano)

Posted by Maffo on Saturday Oct 31, 2009 Under Live Reports Bookmark and Share

dredg

I Dredg tornano in Italia dal 28 al 29 Ottobre per due date, una a Roma e una a Milano. Bene! Non posso lasciarmeli scappare ancora, non questa volta.
Così mi ritrovo ancora qui a raccontarvi di una piacevole serata trascorsa nella fredda, umida periferia milanese. Lo Zoe ci mette davvero un attimo a diventare completamente gremito, tanto da riuscire a muovermi a fatica in mezzo alla folla eterogenea e impaziente. Prima dei Dredg, Havet (esibizione senza infamia e senza lode) e Judgment Day. Questi ultimi si rivelano essere la vera sorpresa della serata, con il loro potentissimo esempio di “string metal”: un violino, un violoncello, una batteria e tanta, tanta energia. Il loro nome tuttavia non mi è nuovo, infatti mi ricordo della loro presenza agli archi proprio nell’ultimo album dei Dredg (The Pariah, The Parrot, The Delusion). Dopo un soundcheck un po’ travagliato, finalmente entrano in scena gli headliner, che partono subito con le prime tre tracce del nuovo album. La voce di Gavin Heyes riesce immediatamente a colmare qualunque immaginabile lacuna nella resa acustica all’interno del locale. Ireland viene cantata dai presenti (me compreso) già con la stessa intensità dei pezzi di Catch Without Arms e di El Cielo. La scaletta è equilibrata, ma non molto amalgamata. Escludendo qualche piccola eccezione è possibile distinguere chiaramente i tre “gradoni” degli ultimi tre dischi eseguiti a ritroso, cronologicamente parlando.

Dredg

Quando arrivano i pezzi di El Cielo sono ormai caduto in uno stato di trance, in totale contemplazione edonistica. La conseguenza più evidente è la confusione che ho ancora in testa riguardo ad alcuni dettagli del concerto. Fatico a ricordare la scaletta esatta e non saprei nemmeno dire con certezza quanto sia durato il concerto. Poco importa, d’altra parte il ritorno dei Dredg nel bel paese è un’occasione di quelle che è quasi impossibile infangare con i soli dettagli.

L’unica cosa che mi è estremamente chiara è la solidità di una band ormai matura e responsabile, che sa quello che vuole fare e lo propone seguendo una formula unica e in continua evoluzione, mai uguale a se stessa.

El Cielo è stata una rivelazione per più di una generazione. Qualcuno mi ha detto che gli ha cambiato la vita. Qualcun altro mi ha detto che gli ha salvato la vita. Catch Without Arms è stato un sicuro passo in avanti verso una direzione ben precisa, che ha (quasi) aperto le porte del successo e che ha (quasi) fatto storcere il naso ai fans più sinceri, quelli della prima ora. The Pariah, The Parrot, The Delusion è un altro piccolo, grande capolavoro. Se proprio volessimo trovargli un difetto, potremmo evidenziare una concettualità meno marcata rispetto ad El Cielo, ampiamente compensata da una profondità smisurata. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove siamo diretti? Domande a cui personalmente non mi azzarderei a dare una risposta dai contorni netti, proprio come fanno i Dredg nel loro lavoro. Non so perché, ma ho sempre tenuto in gran considerazione coloro che danno importanza a simili quesiti, a prescindere dalla loro opinione a riguardo. D’altra parte, se non ci ponessimo certe domande, probabilmente la nostra vita non avrebbe più nemmeno la possibilità di acquistare un senso.

Una curiosità per voi: le tematiche trattate in The Pariah, The Parrot, The Delusion sono state fortemente ispirate da un saggio dello scrittore britannico Salman Rushdie: Letter to the six bilionth person.

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